Abstract

Venerdì 11 Dicembre · DSPSC · Campus di Fisciano

1a Sessione Cittadinanza Orientamenti politici e Partecipazione elettorale · Aula “G. De Rosa”

Augusto Valeriani (Università di Bologna) e Cristian Vaccari (Royal Holloway, University of London and University of Bologna) Party campaigners or citizens campaigners? How social media contribute to deepening and broadening party-related engagement in comparative perspective

Digital media are often considered as accelerators, if not contributors, to the decline of political parties as channels for citizen participation in Western democracies. By contrast, we show that political engagement on social media may contribute to revitalizing party activities, as social media provide an avenue where both party members and ordinary citizens discussing politics online can engage with and around political parties. Using unique surveys conducted in the aftermath the 2014 European Parliament election campaigns in Germany, Italy, and the United Kingdom, we find that party members are more likely to engage in a wide variety of party-related campaigning activities, but so are those who informally discuss politics on social media without being party members. We also find that the strength of the relationship between party membership and engagement decreases as the intensity of political discussion on social media increases, which demonstrates that social media act more as levelers of party-related engagement between members and non-members than as a reinforcement mechanism for partisan usual suspects. Finally, the correlation between party membership and engagement is stronger in Germany, where party organizations are more robust, than Italy and the UK. Our study shows that social media both deepen party-related engagement among party members and broaden it among ordinary but interested citizens who are not party members. This suggests that social media can contribute to revitalizing party organizations while at the same time challenging them to cater to these new cohorts of participants, which is likely to result in attempts to shift the balance of power between elites and supporters.

 

Luigi Ceccarini (Università di Urbino) Cittadini monitoranti?

Il quadro generale – La cittadinanza democratica non si esplicita solo nel momento elettorale. Il voto è un passaggio, e un rito, fondamentale nella vita di ogni governo rappresentativo, e continua ad esserlo anche nelle democrazie contemporanee. Resta fondamentale il ruolo dei partiti. Nonostante l’astensione elettorale sia un fenomeno in crescita nelle democrazie avanzate. Nonostante il disincanto dei cittadini si indirizzi verso questi soggetti e verso la classe politica. Ma l’evoluzione della democrazia attribuisce un’enfasi maggiore alla figura del cittadino controllore rispetto a quella del cittadino elettore. Il processo di trasformazione spinge, progressivamente, verso un carattere «post-rappresentativo» della democrazia che richiama l’idea del «monitoraggio» e della «sorveglianza» nell’ambito della «sfiducia democratica». Il contesto specifico – Di fronte a queste tendenze i media assumono un ruolo diverso; diventano forma e spazio politico, dove la comunicazione viene investita da una luce diversa, configurandosi come prerogativa dal basso grazie ad una maggiore “orizzontalità” della sua dinamica. Una «risorsa democratica», per richiamare il titolo del convegno di ComPol. Il processo comunicativo, nell’approccio adottato nella relazione, diventa funzionale ad un’azione civica monitorante nei confronti dei detentori del potere. I flussi di comunicazione grassroots, oppure da parte di nuovi influencer che, imboccando la strada dei social media e del processo di ibridazione tra questi e quelli mainstream, esprimono un potenziale democratico importante, configurandosi come risorsa nello svincolo tra società e politica. Obiettivi – All’interno di questa cornice la presentazione si interroga, e tenta di dare risposte, su come i cittadini italiani come si pongono di fronte al ruolo della Rete in politica. Considerano e utilizzano la Rete come uno spazio, pubblico, di informazione politica, sorveglianza e controllo del potere? Le cerchie di discussione politica in Rete sono un luogo di confronto di opinioni tra orientamenti dis- omogenei oppure costituiscono solo un ambito di polarizzazione delle posizioni senza confronto dialogico? Come si sviluppa la pratica partecipativa tra dimensione online e offline? Si connette al discorso del cittadino “monitorante”? Quali indizi e quali relazioni emergono? Dati e analisi – Il contributo, dopo un’introduzione di carattere teorico, che fissa il quadro concettuale entro il quale si sviluppa il lavoro sulle forme di cittadinanza “postmoderna”, prenderà in esame alcuni dati di survey Demos&Pi e Lapolis. Queste indagini, svolte su campioni rappresentativi dei cittadini italiani considerano, tra le altre, alcune variabili inerenti il rapporto tra politica, partecipazione e Rete. L’obiettivo conoscitivo più specifico del lavoro sarà duplice: ì) verificare l’esistenza di relazioni tra modalità di impegno politico e civico rispetto variabili riguardanti l’idea del monitoraggio della democrazia; ìì) segmentare i cittadini italiani fornendo misure e profili in base alle principali variabili considerate.

 

Diego Garzia e Alexander Trechsel (European University Institute)Voting Advice Applications: Indirect Campaigning and its Effects on Electoral Participation

Voting Advice Applications (VAAs) have become an integral part of many electoral campaigns in established European democracies such as Germany, Switzerland and – most notably – the Benelux countries. VAAs allow users to compare, on the Internet, their political preferences with the positions of parties and candidates prior to an election. The academic literature on campaign innovations locates the spread of VAAs within a broader trend in the post-modern campaigning environment, i.e., the growing presence of non-party actors who ‘‘communicate’’ in electoral campaigns without running themselves for office. The ability of VAAs to reduce the costs of information before an election is one of the keys to understand their growing success among voters. With a growing part of the electorate resorting to these tools during election times, academic interest has progressively arisen with respect to the effect of these tools on voters. Until now, however, observational studies on VAA effects have faced severe limitations due to self-selection issues associated with VAA use and results are therefore still inconclusive. To overcome the inherent selection bias in VAA use, we conducted a randomized field experiment in Italy to deduce causal effects of VAA use on voters’ patterns of electoral mobilization. This is embedded in a representative, pre/post electoral web-panel fielded in cooperation with the Italian National Election Study (ITANES). This is possibly the first time an experimental VAA platform is tested on a nationally representative sample in the context of a real election. The lack of familiarity with VAAs among Italian voters further enhances the potential of our research design. The results show that those users exposed to VAAs were significantly more likely to be mobilized to cast their vote in the Italian election of February 24th  2013.

 

2a Sessione Spazio pubblico e Democrazia · Aula “V. Foa”

Patrizia Catellani e Mauro Bertolotti (Università Cattolica) Comunicazione, accountability e percezione dei politici in Italia e negli USA

Il tema dell’accountability della classe politica viene spesso citato a proposito delle funzioni della comunicazione politica. Per prendere decisioni consapevoli e informate al momento delle elezioni, i cittadini dovrebbero poter valutare se chi eleggeranno è stato in grado in passato o ha intenzione in futuro di governare essendo all’altezza delle aspettative. La ricerca sui processi di formazione degli atteggiamenti e dei giudizi politici, tuttavia, ha da tempo messo in luce come questa possibilità di valutazione spesso sia limitata, a causa sia delle distorsioni del sistema della comunicazione politica sia di difficoltà nell’elaborazione delle informazioni necessarie a comprendere i processi politici ed economici. Nell’affrontare questo compito i cittadini ricorrono spesso a euristiche simili a quelle che vengono utilizzate nei processi di percezione sociale della vita quotidiana. Nella prima parte del contributo presenteremo anzitutto alcuni dati sulle dimensioni di personalità più rilevanti nel giudizio sui politici, prendendo in esame il caso del nostro Paese e quello degli Stati Uniti. Questi dati si riferiscono alla percezione dei candidati alle ultime elezioni politiche nazionali in Italia (ITANES 2013) e negli USA (ANES 2012), e sono stati analizzati sfruttando la corrispondenza tra le due rilevazioni per quanto riguarda i tratti di personalità misurati. Dai risultati è emerso che dimensioni diverse della personalità dei candidati assumono maggiore o minore importanza a seconda del contesto politico. Nel caso dell’Italia, in particolare, la dimensione della moralità è emersa come cruciale nella formazione dei giudizi sui candidati. Nella seconda parte del contributo presenteremo alcuni dati sugli effetti della comunicazione politica sulla percezione di diverse dimensioni di personalità dei politici, con particolare riguardo per la dimensione della moralità appunto. La discussione si concentrerà su come la formazione dei giudizi dei cittadini può essere facilitata o, al contrario, distorta dalla comunicazione dei candidati e sui candidati.

 

Cristina Chianale (Università di Pavia) La discussione politica online: un nuovo spazio pubblico?

La metamorfosi e il futuro della democrazia rappresentativa sono da anni al centro di numerosi dibattiti: la crisi dei partiti, intesi come attori fondamentali del processo democratico, ha portato ad un indebolimento progressivo dei processi di base, la mediazione e la rappresentanza politica (Pitkin, 2004). Il rapporto tra cittadini e partiti è diventato quindi sempre più debole, e il distacco che ne è seguito ha fatto parlare di “parties without partisans” (Dalton e Watenberg, 2000). Negli ultimi trent’anni la “democrazia dei partiti” ha lentamente lasciato il posto alla “democrazia del pubblico” (Manin, 2014). Le trasformazioni avvenute nel panorama mediale e nel sistema di comunicazione hanno portato, poi, alla formazione di un pubblico sempre più scomposto, frammentato e specializzato che a sua volta ha segnato il passaggio dalla “democrazia del pubblico” alla “democrazia dei pubblici” (Diamanti, 2014). I nuovi media hanno permesso di bypassare il controllo verticale dei soggetti politici a favore di una maggiore orizzontalità e flessibilità e sono diventati strumenti fondamentali per l’attivismo del “(buon) cittadino monitorante” (Ceccarini, 2015). Il graduale distacco dei cittadini dalle formule tradizionali di impegno e partecipazione come quelle offerte dai partiti hanno dato, inoltre, vita a nuove logiche di engagement, complice soprattutto l’avvento della Rete e del Web 2.0 che ha aperto le porte a nuove forme di attivismo politico. Il Web ha modificato profondamente le tradizionali logiche di comunicazione, abbattendo le barriere spazio-temporali in ambito informativo, permettendo interazione tra gli utenti e favorendo tra essi scambi di tipo orizzontale. Vi è quindi un cambiamento nelle audience e nelle tradizionali nozioni di produzione e consumo che si trasformano in un modello ibrido che potremmo chiamare produsage (Bruns, 2008), nel quale i cittadini diventano produttori e consumatori allo stesso tempo. Questo paper, che si inserisce all’interno di un più ampio lavoro sulle modalità di interazione e partecipazione online dei cittadini, si pone come obiettivo quello di indagare le nuove forme di discussione politica online, in modo particolare quelle che si sviluppano a partire dalle news. Seguendo principalmente l’ipotesi che la discussione online non sia nient’altro che un’estensione di quella face to face, presenterò un’analisi dei commenti agli articoli pubblicati sul quotidiano “Il Corriere della Sera” nei mesi di gennaio e febbraio 2015. Il Web può diventare uno spazio di discussione e confronto che porti alla formazione di un’opinione pubblica? Può considerarsi, quindi, un’estensione dello spazio pubblico habermasiano o di quei Third Places teorizzati da Ray Oldenburg, luoghi, cioè, dove si creano occasioni discorsive che possono influire o rinforzare l’identità politica? La Rete, se considerata come uno spazio di interazioni informali, dove attori producono opinioni e discorsi e dove si definisce e si consolida la propria identità politica e sociale, può divenire uno strumento di grande impatto per le moderne democrazie, non solo come mezzo per la diffusione di pratiche di partecipazione non convenzionale, ma anche e soprattutto per la costruzione dell’agenda di discussione pubblica (Mancini e Mazzoni, 2014)

 

Rossella Rega (Università di Roma La Sapienza) Sergio Splendore e Massimo Airoldi (Università degli Studi di Milano) The mediatization of politics in the new Hybrid media environment

Mediatization is still one of the most debated framework within media studies. It has been astonishingly increasing and it involves interactions between media from one side and different fields from the other (politics, war, religion, education) (Hepp et al. 2015; Esser and Stromback, 2014). Nonetheless, an amount of critics is surrounding the use of the concept. 1) The new media environment is a challenge to the most traditional understandings of the concept (Schultz, 2004; Klinger and Svensoon, 2014); 2) mediatization appears to be a media-centric causal process where interrelations among diverse actors are ignored (Deacon and Stanyer, 2014); 3) mediatization as meta-process is not empirically verifiable (Deacon and Stanyer, 2014; Hepp, 2013). Politics has been one of the field where the concept has been successfully applied (Mazzoleni and Schultz, 1999; Strömbäck, 2008; Strömbäck and Esser, 2014), even though it appears to be mainly (not only) conceived in its institutional approach: how political agents try to make use of media’s resources for their purposes. Following a social-constructivist approach (Hepp et al., 2015; Hepp, 2013; Hepp and Couldry, 2013), this paper tries to tackle those three critics also in the field of mediatization of politics. It investigates how the hybrid ecosystem (Bentivegna 2014; Chadwick 2013; Mancini and Mazzoni 2014) influences the everyday communication (production) practices, and how the change of these practices is related to a changing of the construction of news.

 

Milica Pejovic (Università di Trento) The Internet as a Medium of Democratization in the European Union

There is a widely accepted notion that the EU has failed to gain support from the citizens and to engage them in debates and decision-making process. Moreover, the prolonged economic crisis has triggered an increase of negative sentiments towards the EU and definitely confirmed the shift from “permissive consensus” to “constraining disensus.”  However, beside the thoroughly examined democratic deficit in the European Union, the communication deficit has become prominent recently. Some scholars consider it as a part of democratic deficit, whereas others disentangle these two phenomena.  In the proposed paper, I argue that the crisis was not the sole reason for declining trust in EU institutions, which has stabilized at a historic low, but also the lack of an adequate communication strategy, the insufficient provision of information, and the paucity of national and transnational debates and consultations on EU issues. However, the Internet has proved to be a powerful instrument for garnering support of citizens at national level (e.g. Five Stars Movement in Italy). Thus, it could also be a democratizing tool of the EU that would enhance participatory and deliberative democracy in the Union, bypassing traditional media. The significant advantage of online platforms is the two-way communication, which allows citizens to give feedbacks, and not to be only passive auditors. Another asset of the Internet is its capability to circumvent geographical boundaries and time barriers, which is especially important in the vast and diversified polity such as the EU. The proposed paper aims to examine to what extent the potential of online platforms has been used by the European Commission in alleviating democratic deficit in the EU.  I choose the Commission since it is the “engine” of European integration, an institution with one voice, and the most active proponent of improved communication with the public. Since 2001 the European Commission has launched many communication initiatives in order to resolve these issues, and get the Union closer to its citizens, including the strategies for more effective Internet communication. In order to assess the effect of the use of the Internet by the Commission, I dissect the democratic deficit into its constituting elements, and choose its two components for my investigation: participation of citizens, and creating policies in accordance with public priorities. The level of participation will be evaluated on the basis of the citizens’ engagement on various online platforms created by the Commission. The compatibility between public preferences and proposed legislation will be assessed through examination of the online consultation process and tracing development of legislation proposals from initial steps to a final document, in order to find out if the feedback from the public has been taken into consideration.

 

 

3a Sessione Personalizzazione e comunicazione · Aula “G. De Rosa”

 

Cristopher Cepernich (Università di Torino) Matteo secondo Filippo. Lo storytelling visuale di Renzi su Instagram

Un filone sempre più consistente di studi e riflessioni esplora, da qualche tempo, il peso crescente assunto dalle tecniche narrative (lo storytelling) all’interno dei dispositivi di comunicazione politica. Di recente, il concetto di storytelling politico ha guadagnato popolarità nel dibattito pubblico grazie al successo dei saggi – per lo più divulgativi – di Christian Salmon, ma non da oggi esso è presente, in forma più o meno latente, anche nel dibattito scientifico grazie ai contributi sempre più numerosi di solidi studiosi accademici. Ritroviamo il concetto di “storytelling”, per esempio, al centro del prolifico filone di studi sulla costruzione mediatica della leadership, nelle ricerche empiriche più avanzate sulla emozionalizzazione dei messaggi nella comunicazione elettorale, al centro delle letture neo-goffmaniane di Jeffrey C. Alexander sulla drammaturgia delle campagne elettorali e sulla “performance of politics”, con particolare riferimento alla macchina performativa di Obama, nel filone delle ricerche sulle tecniche per la mobilitazione dei volontari sul campo nei contesti di campagna elettorale. Prima ancora di tutti questi nelle analisi di Elizabeth Bird sulla notizia narrativizzazione dei formati giornalistici. Assumendo come punto di partenza questo ampio ma fecondo quadro teorico, il paper che qui si propone intende analizzare lo storytelling visuale del Presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi così come viene quotidianamente realizzato dal suo capo ufficio stampa e portavoce Filippo Sensi attraverso il suo profilo Instagram [nomfup] per poi essere diffuso attraverso i canali social (eminentemente Twitter e Facebook).  Lo studio, attualmente in fase di completamento, è stato condotto attraverso l’impiego di tecniche classiche di analisi del contenuto applicate a testi visuali su un semestre campione nell’arco temporale compreso tra il 1° Ottobre 2014 e il 31 Marzo 2015. Il corpus di immagini analizzato è costituito da 865 fotografie, che rappresentano il flusso completo di immagini pubblicate sul profilo nel periodo considerato. L’obiettivo primo di questo del lavoro è definire attraverso dati empirici la sintassi e la grammatica fondamentali dello storytelling visuale di Matteo Renzi, cercando di inquadrarne l’utilizzo strategico all’interno delle più generali strategie di comunicazione. L’analisi si concentra sulla tipologia dei contenuti postati (attori, luoghi, oggetti, situazioni), sullo stile delle rappresentazioni e sulla capacità di flusso e diffondibilità all’interno dei circuiti social.  E’ evidente che il flusso di fotografie postate su Instagram da Filippo Sensi costituisce soltanto una porzione dello storytelling visuale del Primo Ministro, benché significativa, soprattutto vista la capacità dimostrata di permeare i circuiti della comunicazione mainstream. Così come è chiaro che i risultati di questa indagine non possono essere generalizzati allo storytelling generale del Premier. Dove utile, il paper propone anche elementi di comparazione con l’analogo dispositivo comunicativo predisposto da Pete Souza, fotografo ufficiale della Casa Bianca, per il Presidente degli Stati uniti Barack Obama.

 

Valeria Bianchi (Università di Torino) Le caratteristiche personali dei leader come frame interpretativo

L’indebolimento e la metamorfosi delle moderne democrazie rappresentative ha prodotto una graduale trasformazione che ha segnato il passaggio dalla democrazia dei partiti alla democrazia di pubblici sempre più numerosi e frammentati (Manin, 2014; Diamanti, 2014). In passato la rappresentanza era espressa da partiti di massa, dove i candidati erano selezionati in base alla coerenza con valori comuni: “Nella ‘democrazia del partiti’, infatti, i cittadini votano per un partito prima che per la persona” (Diamanti, 2014). Negli ultimi trent’anni la “democrazia dei partiti” ha lasciato il posto alla “democrazia del pubblico”: all’erosione del rapporto di fedeltà con i partiti si affianca la centralità della personalità e dell’immagine del leader (Manin, 2014). I partiti ricercano il consenso attraverso la personalizzazione e la comunicazione e il rapporto del leader con la società e gli elettori avviene, sempre più, attraverso media e sondaggi. In altri termini, i partiti si allontanano dalla società e, parallelamente, si “leaderizzano” e lo spazio della rappresentanza coincide con lo scambio diretto tra leader e opinione pubblica. I leader appaiono quindi come elementi centrali della scena politica e frequentemente, al pari delle issues classiche, sono oggetto di discussione, sino a trasformarsi essi stessi in ulteriori “temi”. Per questo motivo può essere utile ragionare sui leader in termini di frame, cercando di comprendere di volta in volta quali tratti ne risultino evidenziati e come le loro caratteristiche personali possano costituire un frame interpretativo che compete e/o integra le loro caratteristiche più strettamente politiche (Etman, 1993; Reese, 2006). Inoltre, a seconda del contesto, del ruolo e delle caratteristiche del leader la competizione risulterà in misura minore o maggiore incentrata su valence issues; le ideologie sono sostituite dalle narrazioni e, in un quadro di popolarizzazione, le caratteristiche personali possono costituire una base per la formazione di scorciatoie cognitive degli elettori. Il paper vuole studiare l’applicazione delle tecniche di frame analysis ai leader, e più nello specifico analizzare i frames legati alla figura di Matteo Renzi, prestando particolare attenzione a come alcune caratteristiche personali possano costituire frames interpretativi. In primo luogo verranno individuate, attraverso una rassegna della letteratura, le definizioni maggiormente condivise del concetto di framing e le loro implicazioni teoriche. Secondariamente, attraverso una riflessione metodologica, il paper mira a selezionare e definire gli strumenti, le tecniche e le variabili più adatti per lo studio dei frames applicato ai leader. Viene proposta poi un’analisi della comunicazione televisiva di Renzi durante la campagna elettorale per le elezioni europee 2014: a partire dall’analisi dei frames di Renzi nelle europee il paper intende esplorare in che modo la dimensione relativa alle caratteristiche personali sia stata giocata dal leader e dai giornalisti e in che misura sia legata a temi non divisivi e quanto ciò abbia costituito un aspetto di differenziazione rispetto alla campagna di Bersani del 2013. Infine, attraverso dimensioni come la visibilità, la scelta dei temi, la negatività e il conflitto, la favorability del coverage, si tenterà di comprendere quanto e come i due leader siano diventati “temi”, con quali effetti e con quale ruolo della loro caratteristiche personali.

 

 

4a Sessione Istituzioni Sviluppo della democrazia · Aula “V. Foa”

 

Angela delli Paoli e Stefania Leone (Università di Salerno) Strumenti teorici e metodologici per l’analisi della comunicazione pubblica nell’open government: limiti delle categorie classiche e proposta di un indice multidimensionale di propensione all’e-governance. Una ricerca sui profili Twitter delle istituzioni statali italiane

Il contributo si inserisce nel framework teorico della network society (Castells 1996, 2004; 2008; 2009) per osservare, sui social media, i cambiamenti nella finalità, nei contenuti informativi e nelle caratteristiche dei flussi e delle reti attoriali che alimentano gli spazi pubblici aperti di comunicazione delle amministrazioni digitali e gli ambienti di sviluppo delle relazioni nella prospettiva dell’e-governance.  L’obiettivo è individuare categorie concettuali e strumenti metodologici utili ad analizzare le forme di comunicazione pubblica peculiari che si sviluppano nell’open government. Anche le più solide tassonomie della comunicazione pubblica (cfr. Mancini 1996) mostrano infatti i limiti del tempo quando vengono considerate per esaminare gli scenari interconnessi dell’open government; si richiedono pertanto strumenti teorici e analitici multidimensionali capaci di dar conto delle proprietà emergenti caratterizzanti la comunicazione internet-based e i processi relazionali e decisionali nelle reti di azione pubblica. La trasformazione dei tradizionali sistemi informativi istituzionali in network relazionali multi-attoriali orientati al modello della governance e dei policy networks (Mayntz 1999; Rhodes 1997, 2006) avverte gli studiosi della comunicazione pubblica della necessità di strumenti cognitivi multidimensionali che integrino le categorie classiche (finalità, contenuti, attori) con ulteriori dimensioni peculiari dell’ambiente digitale rispondenti al modello relazionale della comunicazione pubblica nel governo elettronico (Rolando 2010; 2011; Pacifici, Pozzi, Rovinetti 2006), e dunque primariamente: la dimensione partecipativa generata dalle culture convergenti del web 2.0 (Jenkins 2006; Jenkins, Purushotma 2009) e la dimensione del networking relativamente alle proprietà degli attori coinvolti e dei network relazionali. La rilevanza di entrambe le dimensioni trova riscontro teorico e analitico nella prospettiva dell’e-governance intesa come modello di governance pubblica basata sulle ICT derivante da un approccio partecipativo e multi-stakeholder (Casula 2008; Dawes 2008; Dadashzadeh 2010; in espressioni simili: social government, Khan, Yoon, Kim, Parco 2014; we-government, Linders 2012; open government, Lee, Kwak 2012; wiki government, Noveck 2009). La parte empirica del lavoro esplora l’utilizzo di Twitter da parte delle istituzioni governative centrali italiane con l’obiettivo di indagare in che misura i ministeri/dipartimenti italiani stanno utilizzando il profilo social nelle potenzialità dello strumento rispetto al governo elettronico (“architecture of participation”; Jackson, Lilleker 2009). La proposta metodologica combina l’analisi del contenuto con tecniche di social network analysis e presenta la costruzione di un indice multidimensionale di propensione all’e-governance.  L’analisi del contenuto dei tweets riguarda un campione di 10 account Twitter ufficiali delle amministrazioni statali centrali, su una base empirica dei tweets di un anno (marzo 2013- aprile 2014), per un totale di 5.330 tweets. I tweets sono stati classificati per tipo di contenuto e per attori coinvolti; in base alla finalità (promozionale, informativa e partecipativa) e all’oggetto della comunicazione si sono ottenuti 7 tipi di contenuto: promozione d’immagine dell’istituzione e del soggetto politico, comunicazione normativa, di servizio, sociale, consultazione e partecipazione. Con riferimento agli attori sono stati classificati i soggetti di menzioni, retweet e replies (istituzioni regionali e locali, politici e partiti politici, cittadini, imprese, terzo settore, media, università, ambasciate e consolati, istituzioni e agenzie dell’UE, governi e agenzie internazionali).  Attraverso tecniche di social network analysis, mappando nodi e collegamenti tra diversi networks si sono esplorati modelli e strategie di rete. Si è costruito infine un indice di propensione e-government come combinazione tra la natura dei contenuti e le proprietà del network (eterogeneità degli attori, densità della rete, reciprocità e centralità, etc.). I risultati permettono di rappresentare le amministrazioni su una mappa in base ai contenuti della comunicazione e alle relazioni di network.

 

Dario Quattromani (Università di Roma Tre) The Electronic Parliament Online: Experiencing Social Interactive Democracy?

“Competing arguments over the sources of political disengagement are accompanied by alternative prescriptions for democratic renewal”: this is how Warren and Pearse introduced their Designing Deliberative Democracy in 2008, a book investigating the British Columbia Citizens’ Assembly that took place in 2004, a democratic experiment of 160 near- randomly selected Canadians redesigning their province’s electoral system. Despite of political parties often being considered as the main ones to blame for having enlarged the democratic deficit, political institutions have been affected with the same malaise. Attempting to reduce the increasing distance between politics, institutions and citizens, a few Italian parties began to develop digital platforms whereby their electors could (try to) take part in the decision-making process. The most enduring instruments designed until now, amongst the Italian political forces, have been those ones adopted from the Five Stars MoVement, whose core ideas lead to the development of a direct democracy that would substitute the actual representative form. In addition to the previous digital platforms developed by the M5S, the focus of this paper will be the recently released Electronic Parliament Online (PARELON), a project that was originated inside Grillo’s movement, then having to be continued outside of it, with no political logo, officially open to every (national and international) party or institution willing to work with it. The aim of this paper is triple: by means of a theoretical approach, it will be observed if and where various models of democracy are considered in this platform; later, methodologically, it will be made a comparison with some other civic platforms, in order to eventually underline significant differences between them; finally, through an empirical analysis of the project, it will be tested how this participatory process is intended to produce “legislation from below”, and what degree of legitimacy could reach such a “liquid deliberation”.

Diego Ceccobelli (Scuola Normale Superiore, Firenze) Do election campaigns matter for the political communication on Facebook? A comparative analysis

The aim of this paper is to study the effects of an election campaign on the political communication on Facebook of the main political leaders of either “settled” or “difficult” democracies. More in details, the Facebook pages of 42 political leaders of 18 different countries have been analyzed. In order to evaluate in comparative perspective the political communication on Facebook at the supranational level, the Facebook pages of the main political leaders of the European Union have been analyzed as well. In total, 19 different election campaigns have been studied. At first, the paper critically discusses the permanent campaign theory and proposes a new typology for analyzing the effects of social media on election campaigns. Findings show that the amount of communication produced during an election campaign is significantly higher in comparison with a period in which political leaders are not involved in an election campaign, and therefore it will be argued that an ideal-typical interpretation of the permanent campaign theory on Facebook cannot be applied. Secondly, the paper investigates whether the presence of an election campaign affects four specific dimensions: the personalization of politics; the propensity for sharing posts about policy issues; the propensity for “going negative”; the popularization of political communication. Findings indicate that during an election campaign political leaders: i) personalized more their communication; ii) share less post about policy issues; iii) attack less their political opponents; iv) popularize more their communication. Finally, different independent-samples t-test analyses will highlight the main factors predicting politicians’ use of Facebook during election campaigns. Findings indicate that the form or government, two different ideological dimensions (the left-right dimension and populism), or the role of the leaders (government or opposition leaders), affect the political communication of political leaders on Facebook.

 

 

5a Sessione Strategie comunicative per la partecipazione politica · Aula “G. De Rosa”

 

Domenico Fruncillo (Università di Salerno) Strategie informative, uso dei media e partecipazione al voto

Il declino del livello di partecipazione al voto è, secondo molti studiosi, uno dei sintomi più eloquenti delle trasformazioni dei regimi democratici contemporanei. Secondo ipotesi più radicali l’aumento dell’astensionismo potrebbe segnalare una diffusione dei sentimenti di apatia, indifferenza o addirittura di aperta ostilità verso la politica. In sostanza esso renderebbe palese l’arretramento dall’arena politica di un crescente numero di cittadini. Si tratterebbe di un astensionismo a-politico. Secondo altre ipotesi l’aumento dell’astensionismo elettorale potrebbe essere posto in relazione con la modificazione degli stili partecipativi dei cittadini e non direttamente. In altre parole la partecipazione alle elezioni potrebbe essere diventata meno importante nel senso che potrebbe aver lasciato il posto a modalità più «impegnative», ma più gratificanti poiché garantiscono maggiori opportunità espressive, e soprattutto più immediatamente riferibili ai processi di influenza sulla decisione politica in quanto inserite in processi discorsivi e deliberativi. In questo caso l’astensionismo sarebbe iper-politico. Insomma la crescita dell’astensionismo potrebbe essere interpretato come un indicatore della crescente distanza tra cittadini e politica oppure, all’inverso, come esito della domanda crescente di partecipazione e soprattutto di maggiore – più chiara e diretta – influenza sui processi di costruzione della decisione politica. In entrambi i casi l’astensionismo si propone come dimensione della sindrome più generale dei processi di trasfigurazione dei regimi democratici dentro i quali i media sembrano abbiano assunto un ruolo cruciale. Il paper si propone di analizzare l’astensionismo tenendo conto di questa duplice «paradossale» interpretazione del fenomeno. L’ipotesi (H0)che esso intende esplorare è che diverse «diete mediatiche» siano in relazione con l’astensionismo a-politico e con quello iper-politico.  La prima parte del paper sarà dedicata all’evoluzione della partecipazione politica in Italia per evidenziarne l’incremento quantitativo negli ultimi decenni che suggeriscono appunto che esso, rispetto al passato, può essere spiegato tenendo conto appunto di una duplice direttrice di ricerca.  La seconda parte del paper sarà impegnata alla definizione di differenti profili dei cittadini in base alle loro «diete mediatiche» A tale scopo si terrà conto del tipo di media (interattivo o tradizionale) dalle modalità con cui viene utilizzato (frequenza e finalità). Nella terza parte sarà valutata la consistenza di tale ipotesi (H0). Tuttavia, essa sarà testata tenendo conto dell’influenza che le caratteristiche socio-demografiche esercitano rispetto ad entrambi i termini della relazione (H1), come variabili antecedenti. Infine, si cercherà di verificare se e come alcuni tratti riferibili alla cultura politica (interesse per la politica, senso di efficacia e di competenza politica) intervengano nella relazione tra propensione all’astensione e diete mediatiche (H2). Infatti sono molte le ricerche e gli studi che hanno evidenziato come la cultura politica in stretta relazione con gli stili attraverso cui i cittadini si informano sulla politica e al contempo siano connessi a differenti modalità di partecipazione. Questa parte dell’analisi sarà focalizzata sulle ultime elezioni politiche in Italia.

 

Marina Ripoli e Raffaele Picilli (Network Costruiamo Consenso) Il fundraising come risorsa democratica

A seguito dell’abolizione del finanziamento pubblico diretto (Legge 21 febbraio 2014, n.13), che istituisce una graduale riduzione dei rimborsi elettorali fino ad una loro totale eliminazione entro il 2017, si fa largo in Italia il tema del fundraising politico, anche se sotto diversi aspetti e non sempre inteso nel modo giusto. Se infatti il tema esiste, i principi del fundraising sono raramente adottati in maniera corretta, efficace e professionale. Ciò nonostante la raccolta fondi sta già divenendo di vitale importanza per la sostenibilità finanziaria di un progetto politico, poiché senza risorse economiche diventa difficile realizzare tutte le iniziative necessarie per tenere in piedi la struttura di un partito, affrontare una competizione elettorale o la sfida più lunga e costante della campagna permanente. Bisogna però chiarire che non bastano le singole iniziative di crowdfunding, che tanto sono di moda in questo momento, non basta l’organizzazione di una cena oppure qualche evento di raccolta saltuario e non inserito in una strategia di comunicazione politica più ampia. Il fundraising politico non è infatti la semplice ricerca dei fondi, bensì un’attività complessa, che aggregando e coinvolgendo sostenitori, garantendo la fidelizzazione dei donatori / elettori, consente a partiti e movimenti politici di contare su basi solide e su un radicamento reale nella società. Il fundraising per la politica va dunque inteso come l’insieme dei principi e degli strumenti che hanno l’obiettivo di accrescere il capitale di risorse e di consenso di un soggetto politico in un’ottica relazionale e secondo opportune strategie di comunicazione politica. In questo senso, trasparenza, coerenza, accountability rappresentano i pilastri necessari di una comunicazione politica orientata al fundraising, intesa come formula di mobilitazione ricostruttrice di fiducia. I partiti – in crisi di partecipazione e di fiducia – possono dunque cogliere un’occasione senza precedenti dal taglio del finanziamento pubblico diretto: intraprendere la strada del fundraising innanzi tutto come un’opportunità e una risorsa democratica, utile a contribuire all’attivazione di un processo di riforma della politica e di rilegittimazione della rappresentanza. Le organizzazioni politiche saranno infatti spinte e, tra poco meno di due anni, costrette ad attivarsi per ricercare un rapporto con i propri elettori, se non altro per ragioni economiche; e più tardi i partiti decideranno di impiegare energie e risorse per convertire le proprie strutture, fare formazione, puntare su trasparenza e rendicontazione, più sarà difficile raggiungere dei risultati quando di rimborsi elettorali non ce ne saranno più. Sono infatti molti gli ostacoli da superare affinché le attività di fundraising siano accettate come parte integrante dell’azione politica e i sistemi di finanziamento volontario diffuso possano funzionare in termini di donazioni periodiche (di tempo e di denaro). La sfida è ardua e attraverso la lettura, che qui proponiamo, forniremo a sostegno di quanto scritto una più ampia trattazione recante l’esame di diversi casi studio, un focus sul grado di adozione degli strumenti del fundraising nel corso delle scorse elezioni regionali, nonché un’analisi sul confronto tra l’Italia ed altri paesi più avvezzi – per cultura e normative – ai principi della raccolta fondi.

 

Mirko Benedetti (ISTAT) Numeri da non credere. Sensazionalismo mediatico delle statistiche ufficiali e partecipazione democratica alla vita del Paese

L’informazione statistica ufficiale arriva al grande pubblico soprattutto attraverso i media, che in generale la

rendono più facile da capire, favorendone una maggiore diffusione. La copertura mediatica dell’informazione quantitativa, tuttavia, mossa dall’esigenza perenne di “fare notizia”, è spesso viziata da pratiche discorsive che, puntando a spettacolarizzare i dati, li banalizzano o addirittura li distorcono, compromettendo la loro capacità di descrivere scientificamente i fenomeni. A lungo termine, questa mediazione giornalistica impropria contribuisce a minare la credibilità della statistica ufficiale e a generare una diffusa incertezza sui numeri che “contano davvero”.

Tipico dei media tradizionali, il fenomeno è molto diffuso anche sul web, che ne moltiplica gli effetti deleteri, rendendolo ancora più pervasivo, specie tra i pubblici cognitivamente più vulnerabili a causa delle basse competenze di calcolo. Il web 2.0, in particolare, abbattendo le tradizionali distinzioni tra produttori (producers) e consumatori (consumers) di dati, dà luogo a nuove figure ibride (prosumers) che allargano indefinitamente la platea degli intermediari dell’informazione numerica, generando un “diluvio di dati”, spesso in conflitto tra loro, in cui diventa sempre più difficile distinguere chi fornisce cifre corrette da chi “dà i numeri”. Gli algoritmi di motori di ricerca come Google, inoltre, pur fornendo un orientamento in questo caotico overload di dati, ordinano i risultati delle ricerche fatte dagli utenti secondo criteri di rilevanza che non poggiano tanto sulla qualità delle fonti quanto sulla loro popolarità digitale, guadagnata attraverso una logica meramente accumulatoria, fatta soprattutto di clic e like sui numeri più spettacolari. In questa specifica prospettiva, la mediatizzazione dei numeri può privare la statistica ufficiale del suo valore conoscitivo, riducendola a mero strumento retorico, da utilizzare per accreditare letture arbitrarie o abusive della realtà. A causa di questi difetti di comunicazione, inoltre, la statistica ufficiale corre il rischio di perdere il suo status di bene pubblico, a disposizione dei cittadini proprio per conoscere i fenomeni economici e sociali al di là delle opinioni e delle possibili retoriche manipolatorie. A seguito di queste distorsioni di comunicazione, infine, i cittadini possono scontare una contrazione delle possibilità di “conoscere per deliberare”, di partecipare criticamente alla vita democratica del Paese e di esercitare i propri diritti di cittadinanza attiva. Dopo una ricognizione di casi esemplari che documentano il fenomeno sui media italiani e stranieri, il paper presenta le contromisure adottate dai soggetti della statistica ufficiale per contrastarlo, tra cui le azioni di promozione della cultura statistica, le scuole di Data Journalism, l’infografica e lo Statistical Storytelling. Il paper, infine, accenna anche alla recente presa di coscienza del problema da parte dei media stessi, che iniziano a includere nei loro organici la figura professionale dello Statistics Editor, incaricato di vagliare l’accuratezza dei contenuti giornalistici basati sull’uso di statistiche.

6a Sessione Giornalismo Televisione e Politica · Aula “V. Foa”

 

Paolo Mancini, Alessio Cornia, Rita Marchetti, Roberto Mincigrucci (Università di Perugia) Democrazia, giornalismo e corruzione. Una ricerca comparativa

Nel 1998, nel suo libretto su Mani Pulite, Alessandro Pizzorno scriveva che un ruolo fondamentale che la sfera pubblica deve svolgere per assicurare un più elevato livello di vita democratica è quello di esercitare “il controllo di virtù” sui detentori del potere e sugli affari pubblici (Pizzorno, 1998).  La nostra relazione muove esattamente da questa domanda: il giornalismo esercita il “controllo di virtù” nei confronti di un male così diffuso, soprattutto nella realtà italiana, come la corruzione? E quali sono i caratteri distinguenti della copertura giornalistica italiana di questo tema in confronto a quanto avviene in altre democrazie occidentali ? Poche, se non completamente assenti, sia in ambito italiano che internazionale, le ricerche condotte su questi temi. La nostra relazione discende da un progetto di ricerca finanziato nell’ambito del VII Framework Programme dell’Unione europea. Viene presa in esame la copertura giornalistica del fenomeno della corruzione in quattro principali quotidiani di diversa natura (quotidiani d’élite, popolari ed economici) e diverso orientamento politico di tre democrazie occidentali (Italia, Francia e Gran Bretagna) nel periodo 2004-2013. La ricerca è stata svolta attraverso un’analisi del contenuto computerizzata che si è focalizzata principalmente, ma non solo, sull’associazione tra parole. Sono stati complessivamente analizzati 50.211 articoli in Gran Bretagna, 49.171 articoli in Italia, 26.067 in Francia. Nella prima parte del paper ci si soffermerà ad indagare le diverse modalità di copertura nei tre paesi anche in relazione ai diversi quotidiani mentre nella parte successiva si entrerà nel merito delle associazioni tra parole e della loro interpretazione. I risultati mostrano che in Italia emerge una copertura focalizzata soprattutto su casi, spettacolarizzati, di corruzione politica mentre la copertura inglese appare incentrarsi sulla corruzione all’estero e sulla corruzione nel campo dello sport e del business. La copertura giornalistica in Francia appare piuttosto simile a quella britannica: molta attenzione per i casi di aziende (francesi e non) che sono coinvolte in episodi di corruzione all’estero e per i casi di malaffare riguardanti esponenti politici e capi di stato stranieri. L’attenzione per i casi di corruzione che presentano implicazioni per la politica nazionale è minoritaria e, soprattutto, non appare essere oggetto di spettacolarizzazione. L’ultima parte del paper si incentra sul problema della segmentazione dei pubblici: i giornali analizzati mostrano infatti rilevanti differenze negli oggetti, negli attori e nelle modalità di copertura del fenomeno corruttivo. In Italia, ed in parte in Francia, queste differenze appaiono riconducibili alla diversa segmentazione politica mentre in Gran Bretagna emergono rilevanti differenze tra giornali popolari e giornali di élite e tra gruppi editoriali in competizione tra di loro. Tale segmentazione dei pubblici, soprattutto la segmentazione politica, può impedire la costruzione di un sentimento condiviso di indignazione e quindi minare il “controllo di virtù” soprattutto in quei paesi, come l’Italia, caratterizzati da un livello piuttosto elevato di polarizzazione politica.

 

Marco Mazzoni, Anna Stanziano, Luca Recchi (Università di Perugia) Un po’ di numeri sulla corruzione in Italia: reati, rappresentazione e percezione

“La nostra è una democrazia corrotta”, “la corruzione in Italia è un male diffuso un po’ ovunque”. Affermazioni di questo tipo riecheggiano spesso nel nostro Paese. Il punto è capire se – e quanto – realmente simili affermazioni corrispondano a verità o siano invece il frutto del tanto rumore mediatico esistente intono alla corruzione. Per farlo crediamo però necessario che si conosca un po’ più a fondo il fenomeno partendo proprio da quei numeri che lo definiscono. Così, ad esempio, riteniamo sia utile conoscere quanti sono i reati di corruzione in Italia (qualitativamente e giuridicamente), quante le notizie di corruzione che giornalmente troviamo nei giornali (coverage mediatico) e quanto gli italiani ritengano la corruzione il principale  problema del nostro paese (percezione ed opinioni). La nostra relazione mira a mostrare questi numeri sulla corruzione con l’obiettivo di rispondere alle seguenti domande: esiste una relazione tra rappresentazione, percezione e ampiezza del fenomeno corruzione? Più esattamente: la copertura dei media cresce con l’aumentare reati legati alla corruzione? O i mass media seguono logiche diverse cedendo alla spettacolarizzazione e politicizzazione di alcuni scandali, alterando in questo modo la percezione del fenomeno che ne hanno i cittadini? Il paper, che prende spunto dalla nostra partecipazione al progetto co-finanziato dalla Commissione europea nell’ambito del settimo programma quadro: Anticorruption Policies Revisited. Global Trends and European Responses to the Challenge of Corruption, proverà a integrare dati ricavabili da quattro diverse fonti di informazioni: 1) la quantità di notizie su episodi di corruzioni pubblicata dai principali quotidiani italiani; 2) i dati giudiziari su procedimenti penali per reati di corruzione (fonte ISTAT); 3) i sondaggi relativi a esperienze dirette e opinioni dei cittadini relative alla presenza del fenomeno (fonte Eurobarometro) e quelli mirati ad individuare i temi prioritari della gente (Fonte ITANES); 4) gli indicatori basati sulla percezione degli esperti riguardo alla diffusione del fenomeno (fonte Transparency International). In definitiva, il nostro lavoro rileva la necessità che si inizi a guardare alle nude cifre della corruzione, per provare a capire e chiarire quanto i media trattano il fenomeno e se o come tale trattazione incida sull’opinione pubblica. La ricerca infatti intende chiarire anche se nella stampa italiana si parla molto o poco di corruzione, e lo farà confrontando i numeri italiani con quelli di altri paesi stranieri. Indagherà inoltre se il “quanto se ne parla” risulti collegato alla reale ampiezza del fenomeno oppure sia legato al tentativo della stampa di ricorrere a notizie incentrate sulla corruzione per accentuare la polarizzazione dello scontro politico, la quale è una delle caratteristiche della nostra democrazia. Infine, con l’intenzione di proiettare ancor più luce sulla realtà della corruzione, si ricorrerà anche a dati ottenuti da rilevazioni statistiche, mirate a misurare le percezioni della gente e a quantificare quanti cittadini hanno avuto esperienze dirette con la corruzione e quanti lo ritengono il principale problema di cui si dovrebbero occupare i nostri governanti.

 

Giovanni Brancato, Loris Di Giammaria, Christian Ruggiero, Angela Varvarito (Università di Roma La Sapienza) Dal mainstream al social e ritorno: la discussione politica “disintermediata”. Il caso “Gazebo”

Il rapporto tra media e pubblici è ormai all’insegna di un “patto di interattività” basato su stili di consumo culturale sempre più influenzati dalla diffusione di piattaforme “social” e su una diffusa volontà di partecipazione, che si manifesta con particolare forza in quelle arene della comunicazione (anzitutto mainstream) che sono riconducibili agli stili della cosiddetta “politica pop”. È in questo contesto che si innescano e prosperano fenomeni che mettono al centro la comunicazione come risorsa democratica, come l’emergere di una civic culture (Dahlgren, 2000; Bartoletti, Faccioli, 2013) distinta ma integrata nelle dinamiche di partecipazione politica e l’imporsi di uno stile pop nel racconto che i media fanno della politica e in quello che gli attori politici fanno entro la cornice dei media (van Zoonen, 2005; Mazzoleni, Sfardini, 2009). Il punto di osservazione più utile per analizzare questi processi resta il periodo di campagna elettorale: è in prossimità di un voto, nazionale o locale, che l’attenzione dei cittadini-elettori si rivolge ai luoghi dove la possibilità di una partecipazione attiva al discorso politico sembra più realizzabile. Luoghi che, entro un quadro riferibile all’approccio second screen, si situano all’incrocio tra le arene mainstream della televisione e i flussi di discussione dei social network sites (Morcellini, Antenore, Ruggiero, 2013 e Mazzoli, 2013). Entro questa cornice teorica, il paper si propone di realizzare un’analisi delle interazioni tra media e cittadini nella fase finale della campagna elettorale per le Regionali del 2015, prendendo in esame due puntate di “Gazebo” in onda eccezionalmente in prima serata su RaiTre il 22 e il 29 maggio, e il corpus di tweet con l’hashtag #gazebo che sono stati postati in riferimento alle puntate stesse. Costruito sull’interazione costante con la sua “controparte” social, in termini di modificazione della sua agenda interna in funzione delle sollecitazioni che provengono dall’ambiente Twitter (riferimenti a issue, attori politici, conversazioni dentro e fuori lo studio), “Gazebo” consente infatti di ottenere interessanti evidenze empiriche sul tentativo di rappresentare le istanze degli spettatori di entrambi gli “schermi”, e finanche di portare alla visione del programma, e all’esposizione a contenuti informativi, un pubblico virtualmente fuori dalla Tv

 

Luca Barra, Massimo Scaglioni (Università Cattolica) Di necessità virtù. Talk show politici e logiche televisive

Nel corso delle ultime due stagioni televisive, dopo una fase espansiva molto forte che ha portato il genere a colonizzare intere prime serate e a occupare ampi spazi nei palinsesti delle reti generaliste, il talk show politico ha affrontato una fase di ridefinizione e di stanchezza, culminata nel dibattito (insieme giornalistico e politico) sulla vera o presunta “crisi del talk”. Lo scontro tra il “nuovo” Ballarò di Massimo Giannini e diMartedì di Giovanni Floris, il lento declino di Servizio pubblico di Michele Santoro, l’emergere di Virus di Nicola Porro e di Quinta colonna di Paolo Del Debbio, le modifiche strutturali di Piazzapulita di Corrado Formigli sono solo alcuni esempi di uno scenario in evoluzione. Partendo da una prospettiva mediale, inserita nell’alveo dei television studies, il presente intervento intende ragionare sulle ragioni strutturali e di scenario che hanno condotto a quest’ultima fase nello sviluppo del genere talk show, in modo da integrare il dibattito in corso con alcune chiavi interpretative almeno in parte differenti. In particolare, facendo ricorso ad alcune interviste con professionisti e all’analisi di palinsesti, scalette e dati di ascolto, si analizzerà il ruolo che le “politiche editoriali” delle reti e dei gruppi editoriali (broadcaster) rivestono nel definire, plasmare e modificare i loro programmi di dibattito politico, così da legarli a una chiara identità di rete e a un posizionamento preciso: le scelte legate alla collocazione in palinsesto, la costruzione dell’appuntamento quotidiano e settimanale, l’articolazione dagli ingredienti molteplici di una serata in una “scaletta”, lo schieramento e il “mercato” dei volti di conduttori, ospiti e opinionisti, il contesto competitivo, la gestione del second screen e della presenza online di programma e rete sono tutti elementi che, nel loro complesso, vanno a definire un insieme di vincoli entro cui si situano interviste e dibattiti, e che spesso contribuiscono a influenzarne lo sviluppo e il frame di interpretazione. Come conseguenza, in aggiunta, e a volte in più o meno esplicito contrasto, rispetto alle logiche della comunicazione politica, nei talk show finiscono pertanto spesso per prevalere logiche e obiettivi squisitamente televisivi e mediali, legati alle scelte della rete, agli obiettivi e ai risultati di ascolto, alle strategie e alle tattiche di una competizione sul piano commerciale.

 

 

 

 

 

 

Sabato 12 Dicembre · DSPSC · Campus di Fisciano

 

1° Panel Internet Governance: Politica, politiche e diritti · Aula “G. De Rosa”

 

Andrea Pettrachin (Università di Padova) Diritti e principi nell’evoluzione normativa della governance di Internet

Il lavoro di ricerca si focalizza sul dibattito inerente la formalizzazione e codificazione di diritti e principi di internet e l’evoluzione di questo nuovo elemento normativo nell’arena della governance di internet.

L’obiettivo è quello di ricostruire un dibattito che, nonostante il crescente numero di contributi sul rapporto tra internet e diritti umani elaborati da numerosi attori, è ancora piuttosto frammentato e non si è evoluto in un’agenta unitaria e coerente. Nella prima parte del lavoro fornisco alcune coordinate di tipo metodologico, evidenziando le difficoltà incontrate nella ricognizione dei documenti e delle analisi, e inquadro la questione da un punto di vista teorico, prendendo spunto dalla letteratura sull’evoluzione e i processi di formazione delle norme a livello internazionale.  La seconda parte si presenta come una mappatura e un’analisi comparata del contenuto delle molte dichiarazioni su diritti e principi di internet redatte fino ad oggi da numerosi attori (il Berkman Center della Harvard University ne ha individuate 87), alla quale seguono alcune considerazioni circa il valore normativo di questi documenti, gli obiettivi che si propongono di raggiungere, la loro uniformità e i possibili scenari che si potrebbero determinare dal loro sviluppo.  Infine, la terza parte del lavoro si sofferma sui pochi esempi di legislazioni nazionali che hanno affrontato la questione in maniera articolata, in particolare il Marco Civil brasiliano e la Magna Carta for Philippine Internet Freedom.

 

Francesca Musiani (Institut des Sciences de la Communication, CNRS/Paris-Sorbonne/UPMC) Algoritmi di governance, governance degli algoritmi

Gli algoritmi sono citati sempre più spesso in quanto meccanismi che costruiscono e in-formano la nostra vita quotidiana, immersa nell’informazione. La loro importanza è riconosciuta, le loro performance analizzate in numerosi contesti. Ciononostante, molto di ciò che costituisce gli “algoritmi” è spesso dato per scontato, al di là della definizione, tecnica ed assai comprensiva, di “procedure codificate, basate su calcoli specifici, per trasformare dati di input in un desiderato output”. Al tempo stesso, gli algoritmi sono “definiti come potenti entità che controllano, governano, classificano, regolano e informano una grande varietà di attività, dagli scambi commerciali alla presentazione di notizie”. Il presente contributo si inserisce nelle recenti discussioni riguardo a “che cosa fanno gli algoritmi”, e in che modi sono meccanismi di governance. La questione del rapporto tra algoritmi e regole è certamente destinata a occupare un ruolo sempre più fondamentale nello studio e nella pratica dell’Internet governance, sia in termini della regolazione degli algoritmi da parte delle istituzioni, sia della regolazione, da parte degli algoritmi, della società in cui viviamo.  Gli studiosi del campo Scienza, tecnologia e società (STS) si occupano da tempo di questioni come il ruolo dell’invisibilità nei processi di classificazione che ordinano le interazioni umane; le procedure attraverso cui le categorie sono create e rimangono implicite; l’importanza dei sistemi di classificazione per la costruzione delle infrastrutture di informazione. Ma la questione della classificazione e dell’organizzazione dell’informazione che ci circonda non è forse mai stata tanto rilevante quanto lo è oggi, nella nostra era di sovraccarico informativo e di accesso all’informazione mediato da Internet. I dati digitali sembrano proliferare nel complesso mondo di oggi, costruendo la loro onnipresenza sulla varietà di piattaforme e supporti che permettono la dematerializzazione, la rapida circolazione, la distribuzione. Servono scopi differenti, dal commercio alla sorveglianza, dalla valutazione alla raccomandazione; sono elencati, raggruppati e organizzati tramite molteplici supporti e dispositivi, dai motori di ricerca ai siti di commercio elettronico. Mentre le compagnie mettono a profitto le tracce lasciate sul web dagli internauti/consumatori, in modo da indirizzare, personalizzare (e trarre vantaggio da) i loro prossimi acquisti e ordini, gli utenti si inquietano dell’accuratezza dei “ritratti” che queste tracce permettono di dipingere, e dell’impossibilità di modificarli o cancellarli, lasciati “in balia” delle generazioni future.  Nell’era dei big data e degli algoritmi pervasivi, diversi autori sottolineano che questo è “un cambio di paradigma notevole nello sviluppo dei servizi digitali (in quanto) dà un’importanza decisiva non solo a chi possiede i dati, ma anche e specialmente a chi possiede la capacità di renderli intellegibili. Gli algoritmi che sottendono le tecnologie dell’informazione e della comunicazione che usiamo quotidianamente, in primo luogo Internet, sono (anche) artefatti di governance, meccanismi di potere e “politica tramite altri mezzi”. Due esempi pratici nel campo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione  serviranno a sottoporre “alla prova dei fatti” in che modo gli algoritmi sono strumenti e meccanismi di governance.

 

Mauro Santaniello, Paolo Diana, Maria Carmela Catone, Nicola Palladino (Università di Salerno) Il discorso sui diritti nell’era delle reti globali della comunicazione digitale

La diffusione delle reti di comunicazione digitale e la loro rilevanza per le società contemporanee, l’incremento dei conflitti geopolitici relativi alla loro gestione e le preoccupazioni generate dalle rivelazioni sui programmi di sorveglianza elettronica di massa hanno posto con forza il tema della governance delle reti al centro del dibattito pubblico internazionale. Uno dei fenomeni politici più rilevanti in questo contesto è quello dei processi di formalizzazione dei diritti digitali che di recente sono emersi in diversi Paesi, soprattutto in ambito parlamentare. Questo contributo propone uno studio comparativo dei principali framework legali e politici relativi ai diritti digitali. Le principali carte e dichiarazioni dei diritti di Internet verranno analizzate sia con tecniche qualitative, al fine di mappare i diritti digitali e le loro relazioni con gli specifici contesti istituzionali e nazionali entro cui le Carte di Internet sono state elaborate, sia con metodi statistici di analisi testuale, per identificare nuclei tematici e concettuali comuni, dimensioni latenti di significato, e nuovi criteri di classificazione e categorizzazione da cui poter estrapolare una tipologia delle carte dei diritti di Internet.

 

 

Panel Political Communication and the Democratic Institutions · Aula “Gabriele De Rosa”

 

Mauro Santaniello (University of Salerno) e Diego Giannone (Seconda Università di Napoli) Democracy and/or Internet governance?

Le società contemporanee sono sempre più dipendenti dalle reti per il loro funzionamento, e anche a livello individuale i network della comunicazione digitale sono diventati fondamentali per la vita quotidiana di miliardi di persone. Queste trasformazioni fanno della governance di Internet una delle questioni politicamente più rilevanti, ma anche meno analizzate, dei nostri tempi. I processi che governano la regolazione e la configurazione delle reti, infatti, contribuiscono in maniera decisiva a costruire quello spazio comunicativo pubblico entro cui dovrebbe realizzarsi il processo democratico. Ma quanto rispondono a criteri di democraticità gli attori, le istituzioni e le dinamiche relazionali che caratterizzano i processi di decision-making dell’Internet governance? Il paper presenta, innanzitutto, un framework concettuale per la valutazione di tali processi. Quindi, riprendendo e riadattando uno dei principali modelli teorici prodotti dalle scienze politiche per la valutazione della qualità della democrazia, gli autori propongono una metodologia innovativa per l’analisi delle istituzioni, delle dinamiche relazionali e delle prassi dell’Internet governance.

 

Eleonora Paris (LUISS University) Communication as democratic resource 

Lo studio del rapporto tra lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) e la qualità della democrazia è un tema molto ricorrente, oggetto di studi e ricerche e, anche, di discussione e di confronto. Le politiche di innovazione tecnologica occupano un ruolo centrale tra le attività del settore pubblico sia come strumenti per dare impulso alla crescita a lunga scadenza, sia come mezzo attraverso il quale migliorare la qualità della democrazia. Il contributo che si intende presentare è volto ad analizzare il rapporto tra ICT e qualità della democrazia (Morlino 2005, 2013), proponendo un’analisi che, partendo dal concetto di e- government, dal suo sviluppo e dalle sue applicazioni concrete, arrivi a proporre una definizione, per quanto, naturalmente, non esaustiva, di democrazia digitale, cercando di fare chiarezza sul modo in cui l’innovazione tecnologica si intersechi inevitabilmente con lo sviluppo dei processi democratici; a tal fine, e per meglio comprendere l’impatto che la diffusione di internet e lo sviluppo delle ICT hanno sull’evoluzione dei processi democratici, ci si concentrerà in particolare sul ruolo sociale e le potenzialità dei media digitali, analizzando esempi di piattaforme digitali sviluppatesi negli ultimi anni nel contesto non solo italiano, ma più ampiamente europeo ed internazionale.

Punto di partenza dell’analisi proposta sono gli studi e le riflessioni di stampo politologico sul fenomeno della crisi delle democrazie liberali, partendo dalla definizione minima di democrazia per analizzare la trasformazione della sfera pubblica e la crisi della rappresentanza. Come è stato fatto notare (De Blasio 2014), infatti, le conseguenze della crisi delle democrazie liberali hanno portato gli studiosi ad orientare i loro interessi verso nuove forme di democrazia, tra cui è inclusa la democrazia digitale; tuttavia, parallelamente, lo studio dell’impatto delle ICT sull’evoluzione dei processi democratici va a toccare la sfera più strettamente attinente alla pubblica amministrazione (PA) e dunque al rapporto che viene a costituirsi tra cittadino/utente e PA. Tale rapporto subisce un radicale mutamento a seguito dell’applicazione delle ICT all’erogazione dei servizi pubblici, ovvero a seguito delle prime manifestazioni delle pratiche di e-government. Le ICT, avendo importanti ripercussioni sull’agire amministrativo, contribuiscono a migliorare la qualità della democrazia, favorendo il processo di modernizzazione delle amministrazioni pubbliche, permettendo una migliore gestione delle risorse e rendendo più trasparente l’esercizio della funzione pubblica (Malaret y Garcia 2004). Tuttavia, molto spesso, i concetti di governo elettronico e democrazia digitale vengono sovrapposti a livello semantico, così come accade anche per le espressioni e-democracy ed e- participation: sarà dunque necessario, con l’ausilio della letteratura più recente sul tema (Sorice 2014; De Blasio 2014), definire tali fenomeni e, attraverso un percorso logico – descrittivo, giungere alla democrazia digitale, analizzandone caratteristiche e modalità di “realizzazione”.  In tal senso, ritenendo che la e-democracy si esplichi e si realizzi fondamentalmente nelle pratiche deliberative (Chadwick 2004), che favoriscono la partecipazione e la formazione di una cittadinanza consapevole, si cercherà di approfondire tale aspetto concentrandosi su quelli che sono gli aspetti positivi e vantaggiosi (ma anche quelli più critici) delle forme di deliberazione online. A livello pratico, infine, si presenterà un quadro, che non può in nessun caso pretendere di essere esaustivo, sui principali esempi di esperienze partecipative online (De Blasio 2014), attingendo non solo al panorama italiano, ma cercando di esplorare esperienze significative nel framework europeo generalmente considerato, con un focus sull’esperienza spagnola, per poi comparare i risultati raggiunti nei diversi contesti di riferimento.

 

Demet G. Kasap (Usak University, Turkey) Deliberative quality and the net-based tools as variables

This study focuses on determining the potentials of technology-mediated discussions among citizens as a deliberative activity considering the net-based tools as variables. Within this framework, discussions regarding current public issues in Turkey were examined according to the types of media by using the rational and ethical discussion criteria of the Communicative Action Theory and Discourse Ethics Studies of Jürgen Habermas. A Web-based forum (WBF) technology that still widely used for discussion activities, a social networking site (SNS) technology that brings high level of networked participation, and a multi- user virtual environment (MUVE) that provides augmented and 3D avatar- mediated communication were employed as research fields. Techniques of quantitative content analysis, critical discourse analysis, and participant observation along with attitude scale were employed for data collection by following a mixed research paradigm. Findings suggest that the current public agenda of Turkey is discussed within the framework of thought diversity by the citizens gathered in the net-based forums. These discussions have the potential for democracy due to increased interest in public issues and the positive attitude of citizens in terms of discussions in virtual environments. In addition, discussions do not fully satisfy the rationalistic and ethical presumptions. Instead of actions leading to an agreement, competitive actions directed towards success are more commonly observed. Although it is difficult to put forward one of the media regarding suitability to deliberation criteria, Web based forum stands out in terms of justification and reciprocity whereas 3D virtual environment stands out in terms of the principles of discursive equality, reciprocity, and respect.